martedì 21 febbraio 2017

Jean Michel Basquiat, l'artista bambino al Mudec di Milano

Eccomi qui a raccontare un po' di Milano, sì Milano, per la quale ho scoperto, anzi riscoperto, un recente innamoramento.

Complice un'esposizione di circa 140 opere di Jean Michel Basquiat, in mostra fino al 26 febbraio '17 (affrettatevi!) presso il Museo delle culture di Milano, il MUDEC

Jean Michel Basquiat, talentuoso sin da bambino, nella sua breve ma intensa vita - muore consumato dall'eroina a soli 27 anni - divenne uno degli esponenti più rilevanti del graffitismo newyorkese sviluppatosi negli anni '80, ma non solo.

L'esposizione al MUDEC, consta di circa 140 lavori dell'artista, realizzati tra il 1980 e il 1987.

È interessante, passeggiando fra le sue opere alla scoperta del suo messaggio e della sua anima decisamente immortale, comprendere quanto la musica, il jazz in modo particolare, i fumetti e l'anatomia abbiamo influenzato la sua produzione artistica.

È stato divertente con il mio compagno di mostre, sì sempre lui, il mio preferito, immaginare il senso e il messaggio di ogni capolavoro di Basquiat, prima ancora di leggerne ogni spiegazione critica.

Ci sono apparsi evidenti, al di là di ogni interpretazione più o meno fantasiosa che la nostra immaginazione potesse pensare, i temi che in ogni sua opera Basquiat volesse portare alla luce: differenze sociali, disagio, emarginazione, discriminazione razziale, alla base della sua sofferenza e inquietudine profonda.

I passaggi della mostra si diramano in sei sezioni, che attraversano la produzione artistica dell'autore negli anni e nei luoghi della realizzazione.

Per chi volesse approfondire, in calce riporto fedelmente la descrizione delle sei sezioni espositive così come diffusa dal MUDEC. 

Concludo con alcune immagini ufficiali, e con l'augurio che possiate goderne presto anche voi, perché l'arte, si sa, fa bene alla mente e al cuore :)

Buona visione a tutti!

Jean Michel BasquiatJean Michel Basquiat


Jean Michel Basquiat
Jean-Michel Basquiat Back of the Neck, 1983
Serigrafia a cinque colori con coloritura a mano su carta, cm 127,6 x 258,4
Mugrabi Collection © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2016 



Jean Michel Basquiat
Jean-Michel Basquiat Untitled (Yellow Tar and Feathers), 1982
Acrilico, pastello a olio, pastello, collage e piume su due tavole riunite, cm 245,1 x 229,2
Mugrabi Collection © The Estate of Jean-Michel Basquiat by SIAE 2016 




LE SEZIONI DELLA MOSTRA

Lo studio in strada, 1980‐81
Jean‐Michel Basquiat divenne famoso anzitutto per gli enigmatici graffiti firmati SAMO, che cominciarono ad apparire nelle strade di SoHo e del Lower East Side di New York nel 1977. Non erano semplici graffiti: erano opere di autentica poesia. Molte delle prime opere d’arte firmate da Basquiat con il proprio nome furono dipinte su finestre e porte che trovava abbandonate per strada. Avevano per soggetto l’energia e la cacofonia delle strade di New York: sirene di ambulanze, incidenti d’auto, insegne per all‐beef hot dogs, griglie tracciate per terra sui marciapiedi per giocare a “mondo”. Parole e lettere, spesso impiegate in senso astratto, si mescolano alle immagini. Lavorando sul pavimento di appartamenti di amici e nella strada stessa, Basquiat aveva già creato una notevole quantità di opere prima ancora di avere uno studio o i soldi per comprarsi il materiale.

Modena, 1981
La prima esposizione personale di Basquiat fu organizzata in Italia nel maggio 1981, a Modena, dal gallerista Emilio Mazzoli. Basquiat presentò la mostra non con il proprio nome, ma con l’acronimo SAMO, che dopo Modena non avrebbe più usato in quanto lo inquadrava ancora come rappresentante della nuova scena graffitista. Nei lavori della mostra gli echi della strada sono molto presenti: Basquiat accentua l’uso della bomboletta spray e alcuni caratteri tipici dei graffiti, come la visione frontale e la veloce linearità dei contorni delle figure.
Ma già il suo graffito sviluppava un proprio discorso espressivo che avrebbe prodotto il suo futuro
linguaggio pittorico: un sofisticato trattamento della superficie e la presenza di una tematica
individualizzata in ambito sia iconografico, come l’iconismo pastorale di risonanza biblica e l’arcaico
classicismo figurale che troviamo in The Field Next to the Other Road, sia pittorico, come in Untitled (1981).

Lo studio di Prince Street, 1981‐82
Molti dei lavori più iconici di Basquiat furono dipinti nel seminterrato della galleria di Annina Nosei in Prince Street, a SoHo. In occasione della preparazione della personale di Basquiat che si sarebbe svolta presso la sua galleria nel 1982, Nosei invitò l’artista a usare il seminterrato come suo primo studio vero e proprio. A questo proposito è nata la leggenda dell’artista sfruttato in un’umida cantina e obbligato a sfornare dipinti da vendere ai collezionisti che venivano portati giù a vederlo lavorare; ma in realtà si trattava di un bellissimo spazio, con il soffitto alto e finestre a battenti che facevano entrare la luce naturale. Avrebbe potuto essere un ottimo posto per lavorare, se Basquiat non fosse stato continuamente infastidito dai collezionisti entusiasti che scendevano nello studio in continuazione, insistendo per comprare i suoi quadri prima ancora che egli avesse l’opportunità di contemplarli e di decidere che erano effettivamente compiuti.
A dispetto di quelle distrazioni, nello studio del seminterrato Basquiat realizzò opere stupefacenti, in cui la sua vivace sensibilità si fonde con la finezza che gli derivava da una sempre più vasta conoscenza della storia dell’arte e dalla padronanza della tecnica.

Lo studio di Crosby Street, 1982‐83
Annina Nosei aiutò Basquiat a trovare un loft al primo piano del n. 151 di Crosby Street, a pochi isolati di distanza dalla galleria, dove potesse lavorare senza distrazioni. Lì riceveva molte meno visite senza preavviso dai collezionisti, ma poiché Basquiat era forse l’unico della sua cerchia a disporre di uno spazioso e ben fornito studio con abitazione, vi capitavano spesso amici e perditempo. Basquiat lavorava spesso con il televisore acceso e sintonizzato su programmi di cartoni animati; il movimento delle figure lo ispirava, diversamente da altri artisti, abituati a ritrarre modelli dal vivo. Il periodo che Basquiat trascorse nello studio di Crosby Street fu uno dei più proficui. I lavori realizzati in questa fase denotano una sempre maggiore complessità, unita a un’audace semplicità.

Lo studio di Great Jones Street, 1984‐88
L’importante amicizia e collaborazione di Basquiat con Andy Warhol spinse quest’ultimo ad affittargli un’antica rimessa per carrozze in Great Jones Street, nel quartiere di NoHo. Tra i molti talenti di Warhol vi era anche uno speciale fiuto per i buoni affari immobiliari; l’edificio di Great Jones Street era una delle numerose proprietà alquanto speciali che aveva acquistato. Lo studio dove Basquiat dipingeva era a pianterreno; al primo piano, dove si trovava anche la camera da letto, era solito lavorare a disegni di dimensioni più ridotte. I suoi lavori del 1984‐88 spesso mostrano una composizione di più ampio respiro e un maggiore impegno cromatico. Le sue opere diventano sempre più profonde e spirituali.

Collaboration Paintings, 1984‐85
Il gallerista di Basquiat, Bruno Bischofberger, propose a Basquiat, Francesco Clemente e Andy Warhol di realizzare una serie di dipinti in collaborazione. Dopo che i tre artisti ebbero creato circa quindici quadri in questo modo, Basquiat e Warhol insieme diedero inizio a quella che sarebbe divenuta una delle più notevoli collaborazioni della storia dell’arte moderna e contemporanea. I dipinti venivano creati nello studio di Warhol in Union Square. Basquiat incoraggiò Warhol a ritornare alla pittura a pennello dei suoi primi lavori; Warhol, a sua volta, spinse Basquiat a servirsi di serigrafie e materiale stampato, ma in realtà Basquiat aveva fatto uso di fotocopie e tecniche di stampa sin dall’inizio. L’interazione tra i due artisti aveva una certa affinità con il modo in cui i musicisti jazz dialogano tra loro, improvvisando reciprocamente l’uno sui temi introdotti dall’altro, ma aveva anche qualcosa del combattimento di due pugili sul ring.



mercoledì 15 febbraio 2017

Auditorium Parco della Musica, una visita nel ventre della balena


Il posto in cui, qui a Roma, mi sento veramente a casa e felice di esserci ogni volta che ci capito, è proprio lui, l'Auditorium Parco della Musica.

Ieri per San Valentino, per il secondo anno consecutivo, il Parco ha organizzato un evento social con tanto di hashtag: #IloveAuditorium e #openAuditorium.
Si trattava di una visita guidata nel backstage dell'Auditorium, in quei luoghi in cui l'arte la si crea, la si produce, la si progetta e realizza, quei luoghi sacri in cui c'è la vera vita di ogni corpo culturale, lì dove, proprio come il cuore di ogni essere vivente, c'è una macchina organizzativa e artistica pulsante ed energica a tal punto da dar vita alle meraviglie sul palco, a cui ogni spettatore può assistere e di cui può fare esperienza, unica e personalissima.
Chi mi legge da un po' avrà già immaginato che non potevo che cogliere la palla al balzo, e sì, mi sono catapultata lì ieri pomeriggio, in quel luogo magico e sospeso fra sogno e realtà.

AD José Ramón Dosal Noriega e Lucia Ritrovato - Auditorium Parco della Musica - Roma
L'AD José Ramon Dosal Noriega ci accoglie
Punto di ritrovo, alle 18:15, presso l'ingresso degli artisti, e sì perché abbiamo percorso proprio le loro strade, siamo saliti per le scale raggiungendo il primo piano e di lì, davanti al plastico dell'Auditorium Parco della Musica è partito il nostro tour guidato, introdotto da José Ramon Dosal Noriega, l'amministratore delegato della Fondazione Musica per Roma, appassionato e accogliente proprio come il buon padrone di casa, pensate che prima dell'introduzione, quando ancora nessuno di noi accorsi lì sapeva realmente chi fosse, è passato personalmente a salutare ciascuno di noi con una cesta di Ferrero Rocher fra le mani offrendone a tutti :).

Eravamo in molti, credo oltre cento, ci siamo divisi in due gruppi, l'uno accompagnato da Lucia Ritrovato (responsabile comunicazione strategica della Fondazione Musica per Roma) e l'altro dalla squisitissima Valérie, del cui gruppo facevo parte.



Plastico Auditorium Parco della Musica - Roma
Dettaglio del plastico, Cavea dell'Auditorium Parco della Musica
Vi mostro qui alcune immagini del plastico del progetto dell'Auditorium realizzato dal magnifico Renzo Piano (sì magnifico, credo sia il termine più adatto).
In primis un dettaglio della Cavea, l'ampio spazio esterno che per prima accoglie i visitatori e che in estate assurge a teatro arena, palcoscenico di concerti indimenticabili (ve ne ho raccontati un paio qui: 2Cellos e Stefano Bollani e l'Accademia di Santa Cecilia). Ecco a seguire una visione laterale dell'intero plastico.

Plastico Auditorium Parco della Musica
Vista laterale del plastico dell'Auditorium Parco della Musica

Partiamo con Valérie dal Corridoio degli artisti o dell'anulare che congiunge le tre sale, la piccola Petrassi, la media e centrale Sinopoli e la sala madre, Santa Cecilia.
Nato per ridare una casa all'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il progetto dell'Auditorium del Parco della Musica, ha riqualificato l'intera area in cui sorge, ridandole dignità e brillantezza, fino a diventare nuovo polo turistico romano. Prima dei lavori di realizzazione, infatti, l'area versava in uno stato di degrado e abbandono, diventato luogo di prostituzione.

Tornando al nostro tour, lungo il corridoio incontriamo gli spogliatoi (camerini) per gli artisti, radio, sale prove, ogni angolo pensato e progettato per ottenere una massima ottimizzazione acustica e sonora, persino le toilettes! Passeggiando, ci soffermiamo dinanzi a quello che è il sito dell'Alta Formazione Education, dedicato ai bambini e ragazzi, perché fondamentale missione della Fondazione è proprio quella di educare i giovani alla musica sin da piccoli, con loro e per loro si creano laboratori ad hoc, si progettano idee future all'interno di una macchina organizzativa incredibile.

Il Bar degli Artisti
A metà percorso, diretti alla sala madre, incontriamo il Bar degli artisti, quello a cui solo loro e gli addetti ai lavori possono accedere.
Eccolo  qui accanto con la nostra Valérie, che subito dopo, usciti dal bar, ci ha spalancato le porte del terrazzo antistante per farci ammirare dall'alto gli scavi archeologici che, scoperti nel 1995, durante i lavori di costruzione dell'Auditorium, bloccarono gli stessi lavori per ben due anni.
Parte dei ritrovamenti archeologici durante i lavori di costruzione
Sono vasche romane risalenti al 3/400 a.C. facenti parte del Museo Archeologico che si trova all'interno del Parco, insieme ad altri due musei, il Musa, Museo degli Strumenti Musicali dell'Accademia, e il Museo Aristaios, in cui sono conservati ben 161 reperti archeologici, i più antichi risalenti al 3200 a.C. acquistati dal MiBact dagli eredi del Maestro Giuseppe Sinopoli, che ne era dedito collezionista.
Nancy e Santa Cecilia :D
Da questa visuale privilegiata, Valérie continua a raccontarci l'Auditorium, la sua nascita e le sue sale.
La sala Sinopoli, è la sala centrale, quella che, entrando dal cancello principale del parco, incontriamo difronte a noi, sopra la tribuna centrale della Cavea. È la sala media, orientata verso la città, è la più spartana, pensata per l'incontro, flessibile e per questo adatta a più generi musicali. A sinistra vi è la sala Petrassi, un gioiellino, è la più piccola, completamente in legno, ed è un vero e proprio teatro musicale, pensato e ottimizzato per la migliore diffusione sonora della voce.
La sala madre, la più grande, progettata e realizzata per l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è l'omonima sala sinfonica Santa Cecilia, la più grande d'Europa, fortemente mediatica, è definita la "Balena di Pinocchio", realizzata in ciliegio americano, consta di ben 2756 posti, omaggio di Renzo Piano alla città di Roma che nell'anno dell'inaugurazione dell'Auditorium (2002) compiva proprio 2756 anni. Le vele del soffitto, in legno di ciliegio americano anche queste, sono sospese e flessibili, vengono posizionate in modo differente a seconda dell'evento che ospita e dei musicisti che accoglie sul palco. Persino le poltrone sono pensate e realizzate in modo da assorbire in egual misura le frequenze, sia che ci sia seduto qualcuno sia che non vi sia, in modo da non alterare l'esperienza degli spettatori in sala, indipendentemente dal numero di posti occupati. Inoltre sotto ogni poltroncina, vi sono i silenziosi bocchettoni dell'impianto di condizionamento, in modo tale da creare intorno a ciascun spettatore il microclima adatto alla migliore esperienza di ascolto. A differenza della sala Petrassi, la piccola sala teatro realizzata completamente in legno, la sala Santa Cecilia ha le pareti perimetrali in cartongesso e ondeggianti per il rimbalzo del suono e il riverbero. Tutto è stato pensato nei minimi dettagli al fine di fornire la migliore esperienza possibile sia per lo spettatore sia per l'artista.

Tornando alla parte esterna dell'auditorium, la struttura è realizzata completamente in cemento armato, rivestita di mattoncini romani, realizzati in modo artigianale, tant'è vero che nessuno di loro è identico all'altro, pensati anch'essi per ottimizzare l'esperienza sonora. Mentre le parti esterne delle tre sale sono rivestite di strati di piombo, come molte chiese romane (ci ricorda Valérie che in fondo è nelle chiese che la musica nacque), un materiale voluto da Renzo Piano anche perché è in grado di raccontare il trascorrere del tempo, e proprio come la cupola di San Pietro, quelle coperture che ora avvistiamo grigio plumbeo, un giorno saranno bianche.

Ingresso principale dell'Auditorium parco della Musica - Cavea


Consolle della sala di registrazione dell'Auditorium


Lasciamo la sala madre, per curiosare in quella che è la sala regia della sala Sinopoli, in cui incontriamo, oltre alla mega consolle che notate in foto, Roberto Catucci, Responsabile di produzione dell'etichetta discografica della Fondazione Musica per Roma (sì esiste anche un'etichetta discografica, non ne sapevo niente neanche io fino a ieri), che, accanto a Massimiliano Cervini, Responsabile dello studio di registrazione dell'Auditorium, ci illustra tutta la magia della produzione musicale che si realizza proprio all'interno dell'Auditorium. Un incontro che ha arricchito tutto il gruppo, soprattutto me, che di studi di registrazione ne ho visti, ma vi assicuro, questo è il non plus ultra!

Inoltre, l'informazione interessante e che non tutti conoscono, è che le sessioni di registrazione in Auditorium sono aperte al pubblico e assolutamente fruibili.
Molti sono gli eventi a costo zero, o quasi, per gli spettatori dell'Auditorium del Parco della Musica, nell'ottica di rendere la struttura e i suoi contenuti assolutamente democratici e accessibili a tutti, come l'arte, e fra queste in particolare la musica, è, per tutti e di tutti, e l'Auditorium Parco della Musica di Roma, vuole essere la casa internazionale per la musica di Roma!

P.s. L'Auditorium ospita oltre 1500 eventi all'anno, tutti gli spazi della struttura vengono utilizzati anche per eventi privati, che consentono oggi la registrazione di un bilancio attivo della Fondazione, tanto che l'Auditorium è in grado di autofinanziare per il 70% le sue attività, che proprio in ragione di questo sono rese accessibili a tutti.

Se passate per Roma non mancate di visitarlo e viverlo: qui tutto si eleva, tutto è sospeso ed è proteso verso il Cielo, www.auditorium.com

Buona musica a tutti!




domenica 12 febbraio 2017

Veon la nuova app di Wind, non conventional marketing sensazionale



Veon - Wind app

Ieri, ha attratto la mia attenzione, un video sponsorizzato su Facebook, della nuova app di Wind: Veon.
Sono un'utente Wind, soddisfatta, tanto è vero che appena ho potuto ho attivato anche il contratto Adsl con la compagnia, ma pur conoscendo la nuova app, e pur avendola scaricata, non l'avevo ancora attivata..fino a ieri, quando ho guardato il video di cui sopra.
Hanno messo su un'azione di marketing non convenzionale davvero divertente (avrei voluto essere a Milano per pigiare il bottone!).

Guardate un po' ;)
(attenzione al volume è impostato al massimo!)



Veon, è un app che consente di fare una serie di operazioni (chattare, condividere foto e video, fare chiamate internet) che già ampiamente facciamo con altre diverse app conosciutissime, in cosa esattamente si differenzi dalle altre non mi è ancora ben chiaro. Tuttavia il vantaggio per i clienti Wind con un'offerta internet attiva, è nel fatto che le operazioni internet che avvengono tramite Veon consentono di non consumare Giga fino a fine aprile 2017.

Staremo a vedere quali saranno le prossime mosse per invitare sempre più clienti ad utilizzare l'app, per ora l'iniziativa di marketing in tuta gialla e mega balls arancioni, pare abbia divertito molti :D


martedì 7 febbraio 2017

Picasso, che passione!

A Picasso, l'artista più ricercato e amato del XX secolo, è dedicata la mostra fotografica esposta al Museo Ara Pacis di Roma, fino al 19 febbraio 2017.


Siamo in un sabato pomeriggio all'insegna del relax di fine novembre. In una Roma dal clima ancora molto mite, scorrendo gli eventi in città, con un amico, ottimo compagno di mostre (*), decidiamo di regalarci un po' d'arte e scegliamo il padre del cubismo.

Dopo una lunga passeggiata post pranzo, da San Lorenzo a via del Corso, iniziamo il nostro viaggio fotografico in compagnia di un inedito Picasso, all'Ara Pacis.

Come ogni mostra che si rispetti, iniziamo la passeggiata con la biografia dell'artista. Lo confesso, a metà lettura mi sono persa e ho dovuto chiedere aiuto a chi era con me per riuscire a tenere il conto.. è incredibile quante donne abbia avuto il buon Pablo!

Picasso Images - Roma, Ara Pacis
14 ottobre 2016, 19 febbraio 2017
L'esposizione si articola in tre sezioni, nelle quali assistiamo nell'ordine a fotografie sperimentali del Maestro che esplora lo strumento fotografico per capirne le potenzialità al servizio della sua arte;
Picasso si fa fotografare in diverse fasi della realizzazione delle sue opere a testimoniare l'avanzamento dei lavori, per poi incontrare durante il percorso espositivo, gli scatti affidati a fotografi d'avanguardia come Brassaï e Dora Maar, che ben presto diventerà sua compagna. Nella terza e ultima sezione, che presenta scatti risalenti agli anni del dopoguerra e seguenti, ritroviamo l'artista maturo che utilizza la fotografia come vero e proprio strumento pubblicitario per promuove la propria immagine di artista così come lo conosciamo oggi.

Le oltre duecento fotografie esposte, sono accompagnate da alcuni dipinti, sculture e opere grafiche del Maestro spagnolo, provenienti dal Musée national Picasso-Paris, da cui giungono anche tutte le fotografie della mostra Picasso Images all'Ara Pacis fino al 19 febbraio 2017.

È stato un bel pomeriggio il nostro, ci siamo immersi nel viaggio alla scoperta di un personaggio egocentrico, ma allo stesso tempo simpatico, semplice, geniale, sicuro e consapevole di quello che rappresentava la sua arte e che tuttora rappresenta per il mondo intero.

Piccola digressione romantica: Picasso in moltissime foto appare in pantofole, sembrano essere state comode, confortevoli, calde, morbidose e rigorosamente a quadri! :D

Mostra approvata e consigliata, specie per gli amanti delle foto ricordo e dei selfie/foto profilo, Picasso ha battuto tutti sul tempo, decisamente.

Restano solo pochi giorni, accorrete :)
Buona visione a tutti!

(*) Scegliete bene le persone con cui guardare le mostre, ogni percorso espositivo è un viaggio, e ogni viaggio simula la vita, ha bisogno di momenti di riflessione, di condivisione, e momenti ilari e gaudiosi. Non è vero che mostre e musei son noiosi, a me divertono un sacco, ma solo se sono con la persona giusta, proprio come nella vita.